Paolo Baggio del Portacomaro (foto di Cesare Messina)
Caro Luigi,
vorrei condividere con te e con i lettori del tuo sempre preziosissimo sito alcune riflessioni personali dopo questa tornata di semifinali che hanno finora eletto una candidata allo scudetto (il Rocca già finalista dopo aver eliminato il Vignale) e che porteranno Montechiaro e Portacomaro allo spareggio di domenica 2 agosto a Calliano.
Due semifinali con quattro partite che non hanno deluso le attese, almeno per quanto riguarda il doppio confronto tra i celesti montechiaresi e i verdi del Portacomaro, mentre il Vignale si e’ dovuto ancora una volta arrendere al Rocca D’ Arazzo. La formazione guidata in panchina da Fulvio Natta e’ finora quella che ha dimostrato più di ogni altra di avere le carte in regola per bissare Coppa Italia (gia conquistata dopo aver dominato la finale di Moncalvo col Montechiaro) e scudetto.
Di sicuro Rocca ha di gran lunga trionfato nello specialissimo campionato del tifo, come ha saggiamente sottolineato quello storico maestro di fotografia del tamburello (na non solo) che e’ Pier Giuseppe Bollo. Il quale (in tribuna sabato a Portacomaro) ha anche auspicato (e condividiamo) se possibile un maggior coinvolgimento dei paesi (Rocca a parte) nel tifo stesso e nel sostegno alle rispettive squadre.
L’altra nota che volevo condividere con te e con chi legge e’ meramente o più squisitamente tecnica. E qui mi addentro in un campo -e’ il caso di dirlo - molto accidentato, perché più che altrove ogni appassionato ha o può avere una sua personalissima visione. Con una premessa: queste semifinali hanno espresso comunque un eccellente livello di gioco o di spettacolo.
Ma io parto da una considerazione che riguarda la piazza sferisterio su Portacomaro che conosco meglio di tutte…semplicemente perché e’ il paese in cui sono cresciuto…una volta, come da tante altre parti, il terreno di gioco era di polvere e la lunghezza del campo molto più accentuata. Si batteva prendendo la rincorsa dal cortile di fondo campo (detto la “stercia”, l’ingresso del cortile stesso) e si arrivava fino alla piazza, spesso (grazie all’abilità dei battitori) scavalcando il “pisur” (in dialetto la curva del torrione) che cesella il muro di appoggio verso la piazza stessa. Erano 90 o anche cento metri di lunghezza, affrontati un tempo con tamburelli di pelle animale e con palline di caucciù che non rimbalzavano come quelle attuali. Non è banale Amarcord: serve a spiegare semplicemente che adesso non solo sono cambiati gli attrezzi (tamburelli di plastica e palline) ma che - per me inspiegabilmente - si è ridotta di parecchi metri la lunghezza del campo.
Così, un po’ paradossalmente, quelle che una volta erano le giocate più spettacolari ora diventano…falli di lungo …cioè intra…e spesso giocatori di grande abilità e potenza (per restare a sabato e non fare nomi per non dimenticare qualcuno) i protagonisti della sfida tra Portacomaro e Montechiaro sono costretti a scusarsi per avere…spinto troppo la palla. Quando avrebbero fatto, in altri tempi, “15” da applausi.
Una situazione comune ad altri campi naturalmente più lunghi e “accorciati” nel tempo…
Domanda: ma sarebbe così una bestemmia chiedere che per i campi “naturalmente “lunghi” si tornino a prendere in considerazione misure antiche?
Chiudo con una notazione su ciascuna delle quattro semifinaliste: del Rocca ho in parte già detto, ma lo spirito con cui tutti (giocatori, tecnico, dirigenti, pubblico) si muovono ha qualcosa di veramente alto, persino commovente, nel senso nobile del termine. E aggiungo: se mai fosse , Rocca potrebbe ripetere quest’anno la favola del Grana dei primi Anni ‘80 (quello che poi vinse quattro tornei di fila tra l'altro, con quel suo personalissimo fortino che fu il campo corto di casa).
Del Vignale ho apprezzato lo stile che ha contrassegnato il suo ritorno nel torneo. I dirigenti, tecnico e giocatori hanno rianimato e onorato una piazza e uno sferisterio che ha “quarti di nobiltà” come pochi in questi mondi. Vignale è davvero il centro di questo universo sferistico e i colori gialloneri meritano di restare sempre nel firmamento di questo sport. Voglio ricordare a questo proposito anche il fair play del battitore Vignale Simone Maschio che a Rocca d'Arazzo, con correttezza assai poco sottolineata, ha smentito il guardalinee dando buona una palla del Rocca in un momento cruciale della partita.
Montechiaro è un altro di quei paesi che ha nel Dna la cultura del tamburello e lo dimostra nel suo modo di essere squadra e società. Quei colori celesti o biancocelesti hanno anch'essi fatto la storia del tambass: e proprio a Portacomaro Manuele Tirico, con un certo modo di colpire la palla, con l'enfasi anche accentuata dal movimento del corpo, mi ha ricordato quel gigante che fu Beppe Tirone, troppo presto rapito agli sferisteri della vita.
Del Portacomaro, che insegue nuovamente con caparbietà il suo sogno scudetto (era certamente il meno accreditato alla vigilia), si può dire una cosa su tutte: la società, partito Samuel Valle, ha saputo riproporsi quest'anno con una squadra rivoluzionata e un leader, Paolo Baggio, più forte del caldo e degli anni. Un esempio.
E con un auspicio conclusivo (che vale anche per tutti gli altri contendenti): che i giovani cresciuti nel vivaio del paese possano trovare sempre più spazio in squadra negli anni e nei tornei che verranno. Solo con i giovani (e l esempio di certi grandi vecchi) il torneo avrà un futuro luminoso.
